Il nostro paese è emigrato più di una volta, nel senso che dall’Italia sono emigrate più di 60 milioni di persone dalla fine dell’Ottocento. L’unico mezzo per raggiungere le Americhe era a quel tempo la nave. Settimane e settimane di navigazione per arrivare in un luogo sconosciuto pieno di sconosciuti che parlavano una lingua sconosciuta.
Si partiva con pochi “stracci” in una valigia di cartone. Ma ognuna di quelle persone aveva con se anche una valigia pesantissima: quella debordante di solitudine. Partivi e lasciavi tutto e tutti. I pochi averi, gli amici e le persone che amavi. Lasciavi mamma e papà, i tuoi figli che probabilmente non avresti rivisto. MAI PIÙ! Il giorno che la nave partiva salivi sul quell’imbarcazione con la morte nel cuore. Non era andare incontro al viaggio o all’imprevedibile che ti faceva disperare. Era voltarti e guardare per l’ultima volta le persone che amavi che ti salutavano dal molo mentre la nave salpava e vi separava per sempre.
Tanti anni fa, Fabrizio Poggi dedicò il progetto “Turututela” alle nostre canzoni tradizionali trattando argomenti come i cantastorie, gli operai, le mondine e gli emigranti. Lo aiutai nella ricerca storica andando anche a visitare musei dell’emigrazione, raccogliendo testimonianze in tutta Italia.
Scoprii tantissime e bellissime storie e vidi tantissime fotografie. Tra tutte questa fu quella che mi colpì più profondamente. Fu come uno shock.
Al porto prima della partenza della nave che li portava a sudarsi una vita migliore, gli emigranti, quelli che potevano permetterselo, lanciavano delle stelle filanti ai loro amici e parenti che li stavano salutando i quali raccoglievano quel filo di carta, ultimo legame del loro amore. Un amore che veniva spezzato e separato quando la nave iniziava a staccare l’ancora.
Quando pensate a qualcuno che amate che sia esso compagno o amico o figlio o genitore, lanciategli quella stella filante prima che la vostra nave salpi e sia poi troppo tardi…
Angela Megassini

#angelamegassini

@angelamegassini

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